La coltivazione dei cereali in Italia

La più antica testimonianza della coltivazione del grano in Italia risale al 4300 a.C. Nella zona di Vhò (presso Cremona) si seminava una primitiva specie di frumento, il farro piccolo (Triticum monococcum). Questa varietà presenta spighe giallo-verdi sempre erette, e di forma appiattita. Le singole spighette, con due fiori, sono ordinate su due file. Matura per lo più solo il fiore più basso di ogni spighetta, da cui la denominazione “monococco”. Il farro piccolo è “vestito”; a differenza dei grani “nudi”, nella trebbiatura si staccano solo le spighette e per liberare i chicchi dalle giumelle bisogna essiccarli in forno.
Nel Neolitico il farro piccolo era il cereale più importante, seguito dal farro grande (Triticum dicoccum) e dall’orzo (Hordeum vulgare). Le spighe del farro grande sono più pesanti; le spighette hanno tre fiori e ne maturano di solito due, il raccolto, quindi, è più redditizio.
Nel tardo Neolitico l’agricoltura si diffuse anche nell’area alpina interna; i contadini penetrarono da sud nelle vallate, come risulta dalla precoce presenza di cereali nelle province di Brescia, Trento e Bolzano.
In età romana si verificò un cambiamento radicale nella coltivazione dei cereali: nelle Alpi Centrali assunsero fondamentale importanza l’orzo ed il farro grande, seguiti dalla spelta (Triticum spelta) e dal grano nano (Triticum aestivum compactum); nel corso del tempo il farro piccolo perdette progressivamente di importanza.
Nell’alto Medioevo per i cereali coltivati prosegue la tendenza delineatasi durante l’età romana. I prodotti più importanti restano il farro grande e l’orzo, seguiti dal grano nano e spelta; il farro piccolo veniva coltivato soltanto in zone con clima rigido, dove le altre specie non riuscivano a crescere.